16/03/2007
Nessun uomo è un'isola

Nessun uomo è un'isola,
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l'Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell'umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
suona per te.

John Donne - Meditation XVII
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categoria:pensieri, poesie, poesia, riflessioni, testi, per chi suona la campana, john donne
16/03/2007

Preciso che l'impaginazione di questo blog,
propone i post dal più  vecchio  al più  recente.
Vi ringrazio per proseguire il cammino.
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3734672-1
Sharbat Gula - Steve McCurry
Sharbat Gula
Steve McCurry©National Geographic Society
burka Nessuno può immaginare
Quel che dico quando me ne sto in silenzio
Chi vedo quando chiudo gli occhi
Come vengo sospinta quando vengo sospinta
Cosa cerco quando lascio libere le mie mani.

Nessuno, nessuno sa
Quando ho fame, quando parto
Quando cammino e quando mi perdo,
nessuno sa che per me andare è ritornare, e ritornare è indietreggiare
che la mia debolezza è una maschera e la mia forza è una maschera
e quel che seguirà è una tempesta.

Credono di sapere
Ed io glielo lascio credere
E creo.  

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà fosse una loro concessione
E ringraziassi e obbedissi
Ma io sono libera prima e dopo di loro, con e senza di loro
Sono libera nella vittoria e nella sconfitta
La mia prigione è la mia volontà!

La chiave della prigione è la loro lingua
Tuttavia la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio
E al mio desiderio non impartiscono ordini.
Sono una donna.

Credono che la mia libertà sia loro proprietà
Ed io glielo lascio credere
E creo.

(Joumana Haddad)

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16/03/2007
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?
E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere meridiana,Vladimir Majakovskij
si precipita verso Dio, teme di essere in ritardo,
piange, gli bacia la mano nodosa,
supplica che ci sia assolutamente una stella,
giura che non può sopportare questa tortura senza stelle
E poi cammina inquieto, fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
“Ora và meglio,  è vero? Non hai più paura? Si?!"
Ascoltate!
Se accendono le stelle vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?

Vladimir Majakovskij

http://majakovskij.altervista.org/foto.htm

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16/03/2007
NULLA E’ IN REGALO            

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me      
con  me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.
E’ così che stanno le cose,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
E’ troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo mi sarà tolto con la pelle.
Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni paga l’obbligo
Di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
Nella colonna Dare
Ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
Da conservare per sempre.
L’inventario è preciso
E a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
Non riesco a ricordare
Dove, quando e perché
Ho permesso di aprirmi quel conto.                       
Wislawa Szymborska1
Chiamiamo anima
La protesta contro di esso.
E questa è l’unica cosa
che non c’è nell’inventario.

Wislawa Szymborska


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17/03/2007

Paco Ibanez

Intervista a Gianmaria Testa:
...”Una volta un grande cantautore catalano, Paco Ibanez, m’ha detto: “tu non devi cantare mai per tanta gente, devi cantare per l’ultimo in fondo dell’ultima fila” e questo non vuol dire urlare, vuol dire che, cantando piano, lui deve capire lo stesso quello che dici.”….

Paco Ibanez , catalano, mette  in musica le poesie dei  grandi poeti spagnoli o latino americani come Rafael Alberti, Gabriel Celaya, Luis Cernuda, Federico Garcia Lorca, Miguel Hernandez, Antonio Machado, Pablo Neruda ed  anche Georges Brassens
…”La voce di Paco Ibanez è l'urlo silenzioso di tutto un popolo, dei suoi secoli di sofferenza sotto vari inquisitori, dei suoi Don Chisciotte, dei suoi anarchici”…
… “Apertamente osteggiato dal franchismo, ha interpretato la poesia come una forma di protesta contro la dittatura, senza mai bisogno di comporre inni di partito, semplicemente rivendicando la dignità e la libertà culturale delle più belle voci poetiche del suo popolo.
..."Dotato di una carica umana generosa e ricchissima, fa spettacolo con niente: la maestria di grande chitarrista e una voce in grado di vibrare non solo nelle orecchie ma nel cuore stesso dell’ascoltatore, il suo canto è il canto del silenzio: la voce della poesia.”…

Antonio Machado - Inventario Galante

Tus ojos me recuerdan
las noches de verano
negras noche sin luna,
orilla al mar salado,
Y el chispear de estrellas
del cielo negro y bajo.
Tus ojos me recuerdan
las noche de verano

Y tu morena carne,
los trigos requemados,
y el suspirar de fuego
de los maduros campos
Tus ojos me recuerdan
las noches de verano

De tu morena gracia,
de tu soñar gitano,
de tu mirar de sombra
quiero llenar mi vaso.
Me embriagaré una noche
de cielo negro y bajo,
para cantar contigo,
orilla al mar salado,
una canción que deje
cenizas en los labios
de tu mirar de sombra
de los maduros campos
Tus ojos me recuerdan
las noches de verano.

www.enfocarte.com/1.11/entrevista1.html
www.aflordetiempo.com/webNova.htm
lieuxdits.free.fr/ibanez.html

http://www.youtube.com/watch?v=DSyXQA4QiTw
http://www.youtube.com/watch?v=laWOBCnAwFM

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18/03/2007

Alda Merini

TERRA SANTA

Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch'io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c'era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso la messe,
la messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l'avello
anch'io mi sono ridestata
e anch'io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all'inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.
Le dune del canto si sono chiuse,
o dannata magia dell'universo,
che tutto può sopra una molle sfera.
Non venire tu quindi al mio passato,
non aprirai dei delta vorticosi,
delle piaghe latenti, degli accessi
alle scale che mobili si dànno
sopra la balaustra del declino;
resta, potresti anche essere Orfeo
che mi viene a ritogliere dal nulla,
resta o mio ardito e sommo cavaliere,
io patisco la luce, nelle ombre
sono regina ma fuori nel mondo
potrei essere morta e tu lo sai
lo smarrimento che mi prende pieno
quando io vedo un albero sicuro
                   
Alda Merini - 1984

Immagine da http://www.aldamerini.com

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19/03/2007
Paolo BertolaniPaolo Bertolani - Archivio della Resistenza

Da un mese Paolo, non è più tra noi.
Le parole per ricordarlo possono essere solo le sue poesie


«Raità da neve» (Interlinea ed.)
...'sta finta de neve ...
S'là vèn - chì la no dua.
Na sporviadìna - ar pu.
Mae e parme e i fioi delicà
Da rivéa - i la sfan.
L'è come co' ‘a vita, che no te fé
‘n tempo a die: mia ca stémo
vivendo - e l'è finita.


... questa finzione di neve...
Se viene - qui non dura.
Una spolveratine - al più.
Mare e palme e i fiori delicati
Della riviera - la sfanno.
È come con la vita, che non fai
In tempo a dire: guarda che stiamo
Vivéndo - ed è finita.
A BANDÉA ROSSA
a Grazia Cherchi, in memoria

A l’ho catà, ’r te lìbio,
ma te, ’sta vòta, nó t’lé podiè firmàe.
A ghe penso miàndo ’e fatésse
dâ vita ch’la spaìsse,
e ’i arbi – oh arbi –
e ’i animài, ’i ogèti che te damévi.
Te savéssi cosa diéi per na séa
come quéla passà ’nte c’ló lègo
– pu fossa che ostaìa –
donde noi dói avemo sbiceà
âa salute dâ bandéa rossa.


LA BANDIERA ROSSA
a Grazia Cherchi, in memoria

L’ho comprato, il tuo libro,
ma tu, questa volta, non lo potrai firmare.
Ci penso guardando le forme
della vita che spariscono,
e gli alberi – oh alberi
e gli animali,  gli oggetti che amavi.
Sapessi cosa darei per una sera
come quella passata in quel posto
più fossa che osteria
dove noi due abbiamo sbicchierato
alla salute della bandiera rossa.


LIVIO
            a Giovanni Giudici
            chi vèi ben aepersone
            dî me poesie

T’lavéssi ito? Lu chi g’éa
retrato dâ vita...
Te pensa chi l’han dovù svetàe
de tuta l’àigua
ché dâa bóca dâ sistèrna
propio i nó ghe passéva
e ’nta stànsia la gh’éa
chi parléva de sòdi
chi de ’n fato de dòne
chi de ’n mae che nó perdona
– e me ch’aviéi vossù die
ma cos’andé a sercàe
e che Livio i s’éa massà
per levasse ’r penséo de moìe
LIVIO
                A Giovanni Giudici
                che vuol bene alle persone
                delle mie poesie

Lo avresti detto? Lui che era
 il ritratto della vita...
Tu pensa che hanno dovuto svuotarlo
di tutta l’acqua
 perché dalla bocca dellacisterna
 proprio non ci passava
 e nella stanza c’era 
chi parlava di soldi
chi di un fatto di donne
 chi di un male che non perdona
 – e io che avrei voluto dire
 ma cosa andate a cercare
e che Livio si era ammazzato
 per togliersi il pensiero di morire.

d



e ’n nome

                a Maurizio Maggiani

Maurizio, Maurissio...
Ma che rassa de nome i t’han misso
che ’n dialèto a nó so come die?
Cunta quarcò? La cunte
’e barchéte dî parole
ch’la se mève ’nter mae dâ te scritùa
l’amóe de quei
che te ciàmi fradèi
– e chi nó ne retrèvie da l’odóe


 

di un nome

                    a Maurizio Maggiani

Maurizio, Maurissio...
Ma che razza di nome ti hanno messo
che in dialetto non so come dire?
Conta qualcosa? Contano
lebarchette delle parole
che si muovono nel mare della tua scrittura
l’amore di quelli
che tu chiami fratelli
– e che non ci ritrovino dall’odore


A coménso a grodàe drent’a ’i ani,
chi g’èn tanti e pien de fale,
de tropi fati ’nti spale.
La coménse a rivàe dî paùe,
dî cose sbièsse, la me treme
’nti òci, a nó ghe dormo.
Ma armeno voi, amighi,
a me la dié na man
a chinàe ’e scàe
a traversàe?

Comincio a cadere dentro gli anni,
che sono tanti e pieni di falle,
di troppi fatti sulle spalle.
Cominciano ad arrivare delle paure,
delle cose sbieche, mi tremano
negli occhi, non ci dormo.
Ma almeno voi, amici,
me la darete una mano
A scendere le scale
A attraversare?

LIBI
Nó quei ca vedo chì,
missi a paéde, issà pe i muri,
ma quei fati de strade site e ciàe,
de òci, man, frescùe dré ae cane,    
de fòge ’nter libio d’òo de l’aia
Libri.
Non quelli che vedo qui,
messi a filari, alzati lungo i muri,
ma quelli fatti di strade silenziose e chiare,
di occhi, mani, frescure dietro le canne,
di foglie nel libro d’oro dell’aria
(era la guerra, bussavano)

lo fermeremo
sul bagnasciuga il nemico giurato,
l’altro da sé - sia esso turco o suddito
della Perfida Albione - laggiù sulla battigia
il male da annientare, onde salvare i figli
la razza, il focolare insidiato…

Era la guerra, bussavano
ai confini non i nemici ma una lunga fame
giorni bestiali la carne cristiana macellata
lungo gli argini, ai piedi di un muro - ed era
l’aria tutta piena di gridi
e si diceva rivolti alla radio: tempo di guerra
più bugie che terra

Tratta da: “Piccolo cabottaggio”, Contatto Edizioni, 2004

De quei che me ven a trovàe
i pu fito i s’en van: i deve
d’aiguàe, ’ndàe ai bèsti,
tiàsse na pugnéta... Cósa ’n so?...
I entre, i òce ’a magressa, i cavéi,
’a cosa tuta òci ca son deventà.
’Nte quéle face, néto,
a lèso ’r me mae.
“Alé che ’ncò sta vòta
t’là recùnti” – a gi sento
’nzà pe ’e scàe, a sercàe l’aia
– e me ca remàno da me a miàe
’e fegùe strambe che l’ùmedo i stampa
sórve a c’ló lèto donde se senta ’r mae

Di quelli che mi vengono a trovare
i più subito se ne vanno:
devono  annaffiare, andare alle bestie,
tirarsi una sega... Che ne so?
Entrano, sbirciano la magrezza, i capelli,
la cosa tutta occhi che sono diventato.
In quelle facce, preciso,
leggo il mio male.
“Alé che anche stavolta
la racconti” – li sento
già lungo le scale, a cercare l’aria
- e io che rimango da solo a guardare
le figure strane che l’umido stampa
sopra quel letto dove si sente il mare.


Ascoltate qui alcune sue letture
it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Bertolani
www.ilgiornale.it/a.pic1
www.mentelocale.it/contenuti/index_html/id_contenuti_varint_10573
www.unilibro.it/find_buy/result_scrittori.asp

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24/03/2007

Primo mottetto                        Eugenio Montale

Lo sai: debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l'oscura primavera
di Sottoripa.

Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
Un ronzìo lungo viene dall'aperto,
strazia com'unghia ai vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch'ebbi in grazia
da te.
E l'inferno è certo.

Eugenio Montale

Ascoltala letta da Vittorio Gassman


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30/03/2007
"Padre nostro che sei nei cieli"  -  Pier Paolo Pasolini
 (da Affabulazione)        

(premi qui per ascoltarne la lettura di Vittorio Gassman)


Padre nostro che sei nei Cieli,                      Pasolini                 
io non sono mai stato ridicolo in tutta la vita.
Ho sempre avuto negli occhi un velo d'ironia.
Padre nostro che sei nei Cieli:
ecco un tuo figlio che, in terra, è padre...
È a terra, non si difende più...
Se tu lo interroghi, egli è pronto a risponderti.
È loquace. Come quelli che hanno appena avuto
una disgrazia e sono abituati alle disgrazie.
Anzi, ha bisogno, lui, di parlare:
tanto che ti parla anche se tu non lo interroghi.
Quanta inutile buona educazione!
Non sono mai stato maleducato una volta nella mia vita.
Avevo il tratto staccato dalle cose, e sapevo tacere.
Per difendermi, dopo l'ironia, avevo il silenzio.

Padre nostro che sei nei Cieli:
sono diventato padre, e il grigio degli alberi
sfioriti, e ormai senza frutti,
il grigio delle eclissi, per mano tua mi ha sempre difeso.Pasolini

Mi ha difeso dallo scandalo, dal dare in pasto
agli altri il mio potere perduto.
Infatti, Dio, io non ho mai dato l'ombra di uno scandalo.
Ero protetto dal mio possedere e dall'esperienza
del possedere, che mi rendeva, appunto,
ironico, silenzioso e infine inattaccabile come mio padre.
Ora tu mi hai lasciato.
Ah, ah, lo so ben io cosa ho sognato
Quel maledetto pomeriggio! Ho sognato Te.
Ecco perché è cambiata la mia vita.

E allora, poiché Ti ho,
che me ne faccio della paura del ridicolo?
I miei occhi sono divenuti due buffi e nudi
lampioni del mio deserto e della mia miseria.

Padre nostro che sei nei Cieli!
Che me ne faccio della mia buona educazione?
Chiacchiererò con Te come una vecchia, o un poveroPasolini
operaio che viene dalla campagna, reso quasi nudo
dalla coscienza dei quattro soldi che guadagna
e che dà subito alla moglie - restando, lui, squattrinato,
come un ragazzo, malgrado le sue tempie grigie
e i calzoni larghi e grigi delle persone anziane...
chiacchiererò con la mancanza di pudore
della gente inferiore, che Ti è tanto cara.
Sei contento? Ti confido il mio dolore;
e sto qui a aspettare la tua risposta
come un miserabile e buon gatto aspetta
gli avanzi, sotto il tavolo: Ti guardo, Ti guardo fisso,
come un bambino imbambolato e senza dignità.

La buona reputazione, ah, ah!
Padre nostro che sei nei Cieli,
cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino
- che sembrava tutt'uno col mio corpo e il mio tratto -
di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me?
Che me ne faccio di questa persona
cosi ben difesa contro gli imprevisti?
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31/03/2007

Pedro SalinasE sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
                              
E sto abbracciato a te
senza guardarti e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d'amarti solo io.

Pedro Salinas - La voce a te dovuta




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04/04/2007
PaesaggioTAMASO MA JYOTIRGAMAYA

Tra i fiori sul sepolcro a voi innalzato
sta sussurrato che il mio cuore intanto
non ha più un solo desiderio o un canto
in cui disperdere con forza il fiato.

Mi sento non più qui, un sacro peccato
che si consuma per un dio soltanto,
e il cui risorger delle lune è un manto
in cui nascondo i giorni e ciò che è stato.

E ciò che è adesso è visita di un giorno
tra le memorie vostre, il marmo, i volti
che si ripete tra tristezze intorno,

tra dubbi e assenze e vuoti che già folti
mi segnano con calma e in cui adorno
i fiori mentre muoio tra i raccolti.

Flavio Perizzolo


rosa di sangue
ROSA PRISTINA

La rosa che profuma di tristezza
ricorda i petali che nel dolore
perse, già ormai sapendo che bel fiore
più non sarebbe stata in fredda brezza.

Si erge appena, l’unica freschezza
stante in tacito o mistico stupore
d’essere ancòra; il vento è lì che smuore
tra le cadute spoglie di dolcezza.

Antica rosa al sacrificio incline,
spesso sorride avendo grazie addosso
in cui ferisce sé e il senso affine.

Ha scelto di adagiarsi al vento mosso
per non morire che di proprie spine,
il suo colore è nel suo sangue rosso.

Flavio Perizzolo

HippolyteS.

Se potessi spruzzare estese lacrime
sul tuo lontano cuore,
o una felicità soltanto, e poca,
te la darei nel pianto e col sapor
di mare, ma non sapresti davvero
dire se di dolcezze amare vive
o se spumose di marino sale.
Non chiederesti, no, ad alcun destino
la differenza in quelle gocce amene,
ma è il mio silenzio, il tuo, che lascia uguale
questo sperduto amore,
è il mio soffrir la morte e il voler bene.
Non so più credere, nemmeno piangere,
non so che odore dare al desiderio
che si confonde in cielo,
il mare, un fiore, vita e un po’ l’amore,
così continuerò a chiamare il nome
che non distingue alcuna delle rose
che la vita ha ricamato
sulla tua anima, il tuo volto, il cuore:
ed io con lei ricamo al giorno un velo
che dice e poi non dice un bacio.

Flavio Perizzolo

Ken Watson
S.
Ho riso
alle parole mute della sera
che a me parevano un po’ sacre o solo
ricolme di poetica attenzione.
Sorridevano alla luna, non quella
dei poeti né degli amori eccelsi,
quella soltanto piccola e smarrita
che nei tuoi occhi si svestiva appena.
Era assai nuova, poiché
il lago tremolava col mio cuore
sicché le onde a riva
erano dense più d’ogni altra notte,
come a voler bagnarti di dolcezza
l’anima.
Flavio Perizzolo

Red-SunsetS.
Non è vederti che mi addensa il cuore,
è già il pensarti, ché non meno amata
sei di una grazia o di una forza alata
ad ingraziare l’anima di amore.
Quando un tramonto incide di rossore
il cielo, intimorisce la velata
forza nel petto in cui sei sigillata,
sangue e fuoco riversano il mio ardore.
Soffiare il canto del segreto affresco
non è sublime, quel soffiarlo vero
me lo dipinge forte e ormai più fresco;
non sarà amore, forse, il senso altero
che infondo al dono entro il quale accresco
nel tuo esser qui il mio bene, il mio pensiero
Flavio Perizzolo

prayer4PREGHIERA APERTA

Maria, di grazia piena
quanto il dolore del mio niente
senza padre senza madre,
raccogli il grigio delle sacre ceneri
e fanne con divina forza
il colore stanco del mio
silenzio. Signora
divina degli addolorati,
inventa delle lacrime mie vere
ricamandovi una pioggia di nulla
in cui il più irreale abbaglio
per sé solo si indovina.
Tu, Donna Santa delle ingenuità
di cui sbaglio, di cui muoio,
confondi delle mie colpe la grazia
e cela nel profano ciò che resta;
quel che non sorge, se si vive,
è una gran festa.
Flavio Perizzolo

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06/04/2007
                                                                                                                                            CrocifissoNOMADI - DIO E' MORTO
Ho visto
La gente della mia età andare via
Lungo le strade che non portano mai a niente
Cercare il sogno che conduce alla pazzia
Nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già
Lungo le notti che dal vino son bagnate
Dentro le stanze da pastiglie trasformate
Lungo le nuvole di fumo, nel mondo fatto di città,
Essere contro od ingoiare la nostra stanca civiltà
E un Dio che è morto
Ai bordi delle strade Dio è morto
Nelle auto prese a rate Dio è morto
Nei miti dell'estate Dio è morto.
Mi han detto che questa mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato con la fede
Nei miti eterni della patria o dell'eroe
Perché è venuto il momento di negare tutto ciò che è falsità
Le fedi fatte di abitudini e paura
Una politica che è solo far carriera
Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto
L'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
E un Dio che è morto
Nei campi di sterminio Dio è morto
Coi miti della razza Dio è morto
Con gli odi di partito Dio è morto.
Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata
Ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi
Perché noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni
E poi risorge
In ciò che noi crediamo Dio è risorto
In ciò che noi vogliamo Dio è risorto
Nel mondo che faremo
Dio è risorto,
Dio è risorto
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13/04/2007
DURANTE TUTTO IL VIAGGIO…                                             Clicca l'immagine
Hikmet
Durante tutto il viaggio
la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse la mia ombra
mi stava accanto nel buio
non dico che fosse come le mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno.

Durante tutto il viaggio
la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell’afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza
non era legata alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.

Durante tutto il viaggio la nostalgia                                      
non si è separata da  me
e del viaggio non mi resta nulla
se non quella nostalgia.

(Immagine da http://www.sfonditalia.it/PoesieHikmet.htm)
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13/04/2007

emily dickinson
Dopo un grande dolore viene un senso solenne
stanno composti i nervi, come tombe,
Il cuore irrigidito chiede se proprio lui
Soffrì tanto? Fu ieri o qualche secolo fa?
I piedi vanno attorno come automi
Per un'arida via
Di terra o d'aria o di qualsiasi cosa,
Indifferenti ormai:
Una pace di quarzo, come un sasso.
Questa è l'ora di piombo, e chi le sopravvive
La ricorda come gli assiderati
Rammentano la neve:
Prima il freddo, poi lo stupore, infìne
l'inerzia
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13/04/2007
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Jacques-PrevertIL MESSAGGIO

La porta che qualcuno ha aperto
La porta che qualcuno ha chiuso
La sedia sulla quale qualcuno s'è seduto
Il gatto che qualcuno ha carezzato
Il frutto che qualcuno ha addentato
La lettera che qualcuno ha letto
La sedia che qualcuno ha rovesciato
La porta che qualcuno ha aperto
La strada sulla quale qualcuno corre ancora
Il bosco che qualcuno attraversa
Il fiume nel quale qualcuno si getta
L'ospedale dove qualcuno è morto
                                                                                               
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