26/03/2007
...... Sera. Locanda Almayer. Stanza al primo piano, in fondo al corridoio.
Scrittoio, lampada a petrolio, silenzio.
Una vestaglia grigia con dentro Bartleboom. Due pantofole grigie con dentro i suoi piedi.
Foglio bianco sullo scrittoio, penna e calamaio. Scrive Bartleboom. Scrive.


Mia adorata,
    sono arrivato al mare. Vi risparmio le fatiche e le miserie del viaggio: ciò  che conta è che ora sono qui. La Locanda è ospitale: semplice, ma ospitale. E' sul colmo di una piccola collina, proprio davanti alla spiaggia. La sera si alza la marea e l'acqua arriva fin quasi sotto la mia finestra. E' come stare su una nave. Vi piacerebbe
    Io non sono mai stato su una nave.
  Domani inizierò i miei studi. Il posto mi sembra ideale. Non mi nascondo la difficoltà dell'impresa, ma voi sapete - voi sola - quanto io sia determinato a portare a termine l'opera che è stata mia ambizione concepire e intraprendere in un giorno fausto di dodici anni fa. Mi sarà di conforto immaginarVi in salute e in letizia d'animo.
   Effettivamente non ci avevo mai pensato prima: ma davvero non sono mai stato su una nave.
   Nella solitudine di questo luogo appartato dal mondo, mi accompagna la certezza che non vorrete, nella lontananza, smarrie il ricordo di colui che vi ama e che sempre rimarrà il vostro
                                                                                                                                           Ismael A. Ismael Bertleboom

Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera , aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo.
Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei?
Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
- Ti aspettavo.
Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu, si prenderà gli anni- i giorni, gli istanti - che quell'uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà a quell'uomo
- Tu sei matto.
E per sempre lo amerà. .....

Alessandro Baricco - Oceano Mare
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15/04/2007
ying-yang"Nan-in, un Maestro Giapponese dell’èra Meiji (1868-1912),
ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi.
“E’ ricolma. Non ce n’entra più!”.
“Come questa tazza,” disse Nan-in “tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture.
Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?”.

101 Storie Zen, Adelphi

Robert Pirsig...Se vuoi bere del té fresco, devi prima svuotare la tazza, altrimenti il té trabocca e bagna dappertutto.
Lo stesso con la nostra testa. Ha una capacità limitata, e se si vuolo imparare qualcosa di nuovo sul mondo bisogna prima svuotarla. Capita, invece che si passi tuta la vita a rigirare lo stesso tè, convinti che sia buonissimo perchè non se ne è mai assagiato dell'altro, e non se ne è mai assaggiato dell'altro perchè nella tazza non ci stava perchè era piena di tè vecchio, che sembrava tatno buono perchè non se ne era mai assaggiato dell'altro.... e avanti così, in un circolo senza fine...

Robert Pirsig - Lila, Adelphi 1992

Immagine da http://www.almabooks.co.uk/Lila/AboutPirsig/AboutPirsig.html
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20/04/2007

Monologo di Shylock

Dal Mercante di Venezia di William Shakespeare

Mi ha disprezzato e deriso un milione di volte;
ha riso delle mie perdite,
ha disprezzato i miei guadagni e deriso la mia nazione,
reso freddi i miei amici,
infuocato i miei nemici.
E qual è il motivo?
Sono un ebreo.
Ma un ebreo non ha occhi?
Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi,
affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo,
non viene ferito con le stesse armi,
non è soggetto agli stessi disastri,
non guarisce allo stesso modo,
non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni
allo stesso modo di un cristiano?
Se ci ferite noi non sanguiniamo?
Se ci solleticate, noi non ridiamo?
Se ci avvelenate noi non moriamo?
E se ci fate un torto, non ci vendicheremo?
Se noi siamo come voi in tutto vi assomiglieremo anche in questo.
Se un ebreo fa un torto ad un cristiano, qual è la sua umiltà?
Vendetta.
La cattiveria che tu mi insegni io la metterò in pratica;
e sarà duro ma eseguirò meglio le vostre istruzioni.
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21/04/2007
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Martin Luther King JrDiscorso di Martin Luther King Jr. alla Marcia per il Lavoro e la Libertà
Washington D.C. il 28 agosto 1963.


Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività. Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni  dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai  ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione;  cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria
in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra. Per questo siamo venuti qui, oggi, per
rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti nella capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli artefici della nostra repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, sia i negri che i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.
E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questa promessa per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno a vuoto; un assegno che è tornato indietro con il timbro: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che la banca della giustizia sia fallita. Noi ci rifiutiamo di credere che non ci siano fondi sufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare quest’assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia. Siamo
anche venuti in questo santuario per ricordare all’America Io ho un sogno; che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle suo credo: “Noi riteniamo che questa verità si dimostri da sola: che tutti gli uomini sono creati uguali”. l’urgenza appassionata del presente. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che  si prenda il tranquillante del gradualismo. E' il momento di  realizzare le promesse della democrazia. E' il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia razziale. E' il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza. E' il momento di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Quest’estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando  sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza. Il 1963 non
è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo. Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai
negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.
Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del
risentimento. Dovremo sempre condurre la nostra lotta all'alto livello della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima. Questa
meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutti i bianchi, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato al nostro, e sono giunti a capire che la loro libertà
è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Non possiamo camminare da soli. E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono
quelli che domandano a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché
vila mobilità sociale dei negri sarà da un ghetto piccolo ad uno più grande. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:
”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di  New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente. Non ho dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni.
Alcuni di voi sono giunti qui dopo essere usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la ricerca della libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti
dalle raffiche della brutalità della polizia.  Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice. Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare,
e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione. Amici miei, vi dico: se anche dovremo affrontare le difficoltà  di oggi e di domani, io ho ancora un sogno.
E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano.

Io ho un sogno; che un giorno sulle rosse colline della Georgia
i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro
che un tempo possedevano schiavi, potranno sedersi insieme al
tavolo della fratellanza.

Io ho un sogno; che un giorno perfino lo stato del Mississippi,
uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo
dell’arroganza dell’oppressione, verrà trasformato in un’oasi
di libertà e giustizia.

Io ho un sogno; che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno
in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore
della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere.

Io oggi ho un sogno.

Io ho un sogno; che un giorno giù in Alabama, con i suoi razzisti
immorali, con un governatore dalle cui labbra gocciolano
parole di interposizione e annullamento, un giorno, là in
Alabama, piccoli bambini e bambine negri potranno stringere
le mani con piccoli bambini e bambine bianchi, come fratelli
e sorelle.

Io oggi ho un sogno. Io ho un sogno; che un giorno ogni valle
sarà colmata, ogni colle e ogni monte abbassato, i luoghi
impervi spianati e i passi tortuosi raddrizzati e la gloria del
Signore sarà rivelata e tutti gli uomini insieme la vedranno.

Questa è la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io
ritorno nel Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare
alla montagna della disperazione una pietra di speranza.
Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti
discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di
fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare
insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare
insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo
che un giorno saremo liberi.
Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare
con significati nuovi: "paese mio, di te, dolce terra di libertà, di
te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del
pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà"!


Immagine da http://www.abbeville.com/civilrights/washington.asp
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21/04/2007
www afroromance comQuando sono nato ero nero

Tu sei un uomo bianco
Quando sei nato eri rosa
Io sono un uomo nero
Quando prendo il sole sono nero
Tu uomo bianco
Se prendi il sole diventi rosso
Io sono un uomo nero
Quando ho freddo sono nero
Tu uomo bianco
Quando hai freddo diventi blu
Io sono un uomo nero
Se mi arrabbio sono nero
Tu uomo bianco
Se ti arrabbi diventi verde
Io uomo nero
Se mi ammalo rimango nero
Tu uomo bianco
Con l’itterizia diventi giallo
Io uomo nero
Se mi pesti sono nero
Tu uomo bianco
Se pesti un occhio diventa viola
Io quando muoio resto nero
Tu quando muori diventi grigio

E TU CHIAMI ME
UOMO DI COLORE?
Immagine da http://www.afroromance.com
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29/04/2007
Tulipani.jpg
"Stai a alla mia vita come il sale sta all'oceano".
Ma lui non sentiva.
La nave era già troppo lontana e loro due potevano solo vedersi.
Due figure precise in mezzo a tante ombre.

"Stai alla mia vita come il sale sta all'oceano".
Le erano fermentate nel cuore tutta la notte, erano rimaste nella gola tutto il tempo della partenza, salite alla lingua durante l'ultimo abbraccio.
Come sempre, anche questa volta le parole erano rimaste impigliate nella bocca.
Assentia sapeva sempre sapeva sempre cosa voleva, sapeva benissimo cosa dire, sapeva perfettamente come dirlo, ma si bloccava un attimo prima di parlare.
Zitta. Così.
Parlava poco, Assentia, ma quando lo faceva erano perle.

"Stai alla mia vita come il sale sta all'oceano".
.....Dal porto, una manciata di donne, fidanzate, amiche, prostitute, amanti, figlie e madri che ricambiavano.
E una sola piangeva.
Parlava poco con le parole. Molto con gli occhi.
Le sue frasi d'amore più belle erano le lacrime....

L'uomo dei tulipani - Lorenzo Marini
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04/04/2009
Adriano 3

Animula vagula, blandula,
Hospes comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos...
P. Aelius, Hadrianus, Imp.
Mio caro Marco,

Sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in Villa da un lungo viaggio in Asia. Bisognava che mi visitasse a digiuno ed eravamo d'accordo per incontrarci di primo mattino. Ho deposto mantello e tunica; mi sono adagiato sul letto.
Ti risparmio particolari che sarebbero altrettanto sgradevoli per te quanto lo sono per me, e la descrizione del corpo d'un uomo che s'inoltra negli anni ed è vicino a morire di un'idropisia del cuore. Diciamo solo che ho tossito, respirato, trattenuto il fiato, secondo le indicazioni di Ermogene, allarmato suo malgrado per la rapidità dei progressi  del male, pronto ad attribuire la colpa al giovane Giolla, che m'ha curato in sua  assenza.
È difficile rimanere imperatore in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana: l'occhio del medico non vede in me che un aggregato di umori, povero amalgama di linfa e di sangue. E per la prima volta, stamane, m'è venuto in mente che il mio corpo, compagno fedele, amico sicuro e a me noto più dell'anima, è solo un mostro subdolo che finirà per divorare il padrone.
Basta... Il mio corpo mi è caro; mi ha servito bene, e in tutti i modi, e non starò a lesinargli le cure necessarie. Ma, ormai, non conto più, come sostiene ancora Ermogene, sulle virtù prodigiose delle piante, sulla dosatura precisa di quei sali minerali che s'è recato a procurarsi in oriente. È un uomo fine; eppure, m'ha propinato formule vaghe di conforto, troppo ovvie per poterci credere; sa bene quanto detesto questo genere d'imposture, ma non si esercita impunemente più di trent'anni la medicina. Perdono a questo mio fedele il suo tentativo di nascondermi la morte. Ermogene è dotto; è persino saggio; la sua probità è di gran lunga superiore a quella d'un qualunque medico di corte. Avrò in sorte d'essere il più curato dei malati.
Ma nessuno può oltrepassare i limiti prescritti dalla natura; le gambe gonfie non mi sostengono più nelle lunghe cerimonie di Roma; mi sento soffocare;
e ho sessant'anni.........
♦ ♦ ♦
Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t'appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più... Cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti...