04/10/2007

«Noi monaci non rinunceremo alla protesta»  di Gian Micalessin - 04/10/2007, 09:22

da Mae Sot (Frontiera thailandese-birmana)

Monaci Birmani
«Perché dovrei aver paura, cosa dovrei temere? In fondo vi dico solo cose che in Birmania sanno tutti, racconto solo la verità». Il monaco Sandaw Bar Tha si accende il lungo sigaro verde e sorride. Sembra quasi divertito. Ha appena superato il posto di blocco al termine del cosiddetto «Ponte dell'Amicizia», l'arcata di ottocento metri sul fiume Moei che separa la Thailandia dalla cittadina birmana di Myawadi. Conta di riattraversarlo tra qualche giorno, non appena avrà curato i suoi acciacchi da cinquantenne in un centro d'assistenza medica gestito da profughi birmani.
Ma Sandaw Bar a differenza dei suoi colleghi in arancione e dei suoi compatrioti non scuote la testa, non corre via spaventato, non risponde con l'aria sorniona di chi giura non aver sentito un solo fiato, un solo accenno alle dimostrazioni e agli spari nelle strade di Rangoon. «Certo che ne ho sentito parlare, ho visto le proteste e in fondo ne ha parlato anche la radio birmana... dunque perché non dovrei parlarne io. Secondo me stiamo attraversando un momento cruciale, ma dobbiamo avere la forza di andare avanti. Otterremo qualche risultato soltanto se i monaci e i civili continueranno a scendere in piazza. Se si arrendono e smettono di protestare sarà la fine del movimento, la fine di ogni speranza».
Lei arriva da Myawadi e lì i monaci non protestano, anzi appoggiano il regime. Come giudica la scelta dei confratelli di Rangoon?
«Monaci e civili sono come moglie e marito, la nazione è come una grande famiglia, se qualcuno sta male tutti finiscono con il soffrire. Se la crisi economica rende impossibile la vita dei cittadini è difficile illudersi che i monaci possano star bene. I miei confratelli soffrono per la povertà del Paese e anche per la mancanza di libertà. Esattamente come i cittadini. Dunque è logico che in momenti come questi i monaci stiano al fianco dei loro compatrioti e protestino assieme a loro».
Qualcuno dei suo colleghi arrivato da quello stesso ponte dice che i monaci non devono scendere in piazza, non devono metter la propria immagine al servizio della politica...
«Non possiamo protestare per motivi religiosi, non possiamo scendere in piazza in nome della fede, ma possiamo farlo per motivi sociali, in fondo mangiamo anche noi...».
Si spieghi meglio...
«È semplice, in Birmania la vita è sempre più difficile, manca il cibo, molta gente mangia una volta sola al giorno, molte famiglie sono ridotte allo stremo. I monaci stanno con la gente, ascoltano i racconti dei più poveri, vedono la situazione, non possono girare la testa dall'altra parte. Lo scorso agosto, quando il governo ha aumentato il prezzo del carburante e la popolazione ha iniziato a protestare, i miei confratelli di Rangoon non si sono potuti tirare indietro. È stata una scelta praticamente obbligata».
Dunque è una protesta economica, non una rivolta per la democrazia?
«Se la Birmania fosse governata da un'autentica democrazia la vita sarebbe più facile. I miei confratelli protestano nella speranza di vedere migliorare le condizioni di vita della popolazione. La libertà secondo noi rappresenta una delle condizioni essenziale per il benessere delle persone».
Chi può guidare il Paese alla democrazia?
«Tra i leader attuali l'unica speranza secondo noi si chiama Aung San Suu Kyi».
Avete rapporti con lei?
«Io sto a Myawadi, ma penso proprio che i miei fratelli di Rangoon siano in contatto con lei».
L'inviato dell'Onu Ibrahim Gambari ha appena concluso la sua visita in Birmania, pensa sia stata una missione positiva?
«Solo le Nazioni Unite possono in questo momento aiutare la Birmania, spero proprio che l'Onu riesca ad aiutarci. Io ho fiducia nella missione dell'inviato, ma spero sappia dimostrare un po' di forza. Solo così potrà ottenere qualche concessione».


Da: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=210621
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categoria:politica, riflessioni, guerra, birmania, attualità
05/10/2007
I dirigenti dell’opposizione, rifugiati sul confine thailandese, raccolgono quotidianamente le testimonianze dal Paese in rivolta. «Finora hanno arrestato oltre 2mila persone» «Torture senza fine nelle carceri birmane» Gli ex detenuti politici raccontano che accade nei gulag del regime:
«L’orrore si chiama “tik tok”, ti battono piano sulla tempia per ore, ogni giorno»
di  Gian Micalessin - venerdì 05 ottobre 2007, 07:00
Myanmar
da Mae Sot (Thailandia)
Alle dieci del mattino il telefono è rovente. Squilla dall’alba e da allora il signor Bo Kyi non fa altro che riempire fogli a quadretti e pagine di computer. La conversazione dura pochi secondi, riprende per qualche minuto, cade di nuovo, riparte su un secondo cellulare. «È così ogni mattina, ma diventa sempre più difficile - spiega il numero due dell’Associazione per i prigionieri politici in Birmania - il regime controlla tutti i numeri, tutte le linee, molti dei nostri sono già stati arrestati, bisogna fare in fretta, dall’altra parte rischiano la vita o almeno vent’anni di galera». Gran parte delle notizie sugli arresti, sulle proteste e sulle attività dell’opposizione passano da quest’ufficio, non lontano dal quartiere musulmano di Mae Sot, cittadina sul confine tra Thailandia e Birmania. La mezza dozzina di volontari con gli auricolari piantati nelle orecchie e la testa china sui computer intorno al tavolo di Bo Kyi sanno bene che cosa rischia la voce dall’altro capo della cornetta. «Il più fortunato di noi ha fatto sette anni di prigione, sappiamo cosa accade là dentro», chiarisce Aung Kyaw Oo alzando la testa dal computer. Lui ne ha fatti quattordici. È entrato in galera a 24 anni e n’è uscito a trentotto. Adesso ne ha 40, ma lo sguardo sperduto è un diario ancora aperto. Il suo vicino di tavolo si alza in piedi, mostra la gamba paralizzata, bloccata come un tronco di legno. «Guarda - racconta mentre se la tira lungo la stanza - me l’hanno ridotta così nel carcere di Insein, a Rangoon, a furia di calci e bastonate nella schiena».
In quello stesso carcere arrivano in queste ore nuovi prigionieri. Tra loro vi sono molti monaci, tantissimi militanti vicini al movimento degli studenti e alla Lega per la Democrazia di Aung San Suu Kyi. «Ieri notte e la notte precedente le retate si sono moltiplicate - riferisce Bo Kyi - poche ore fa sono entrati in almeno due monasteri. Uno è quello accanto alla pagoda di Shwedagon, l’altro non siamo riusciti ancora a localizzarlo. Solo a Rangoon, secondo quanto ci raccontano al telefono, hanno portato via duecento persone. Stanno colpendo duro, stanno buttando in prigione tutti i responsabili dell’opposizione, dai vertici fino all’ultimo militante». In queste condizioni pensare a una ripresa delle manifestazioni è quasi impossibile. «Sta succedendo quanto temevamo, la visita dell’inviato dell’Onu Ibrahim Gambari è stata digerita come una missione di routine, non appena lui se n’è andato la giunta militare ha ripreso i vecchi sistemi. A Rangoon in questo momento ci sono almeno duemila persone in carcere. Per far posto a tutti hanno requisito le stanze dell’Istituto di Tecnologia a fianco del penitenziario di Insein. Far ripartire la protesta, sarà impensabile per mesi. Potrebbero provare in altre città. Ma a Rangoon tutto mi sembra bloccato, finito».
 La preoccupazione più grande di Bo Kyi e degli altri militanti è risvegliare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulle terrificanti condizioni del sistema carcerario birmano e sulle violazioni dei diritti umani commesse quotidianamente da poliziotti e carcerieri. «Il problema non è se ti tortureranno, ma quanto riuscirai a sopravvivere - spiega il segretario dell'associazione ricordando i suoi nove anni d’inferno -. Ti bastonano quando ti arrestano e per tutta la durata degli interrogatori. Quando arrivi davanti alla corte, e in dieci minuti ti ritrovi condannato a un minimo di sette anni di prigione, pensi di esser arrivato alla fine del calvario, ma è solo l’inizio... in carcere continuerai a venir colpito e a soffrire fino all’ultimo giorno di pena. La tortura nelle carceri birmane non finisce mai».
Il vero terrore di tutti i detenuti è il cosiddetto «tik tok». «All’inizio - ricorda Aung Kyaw Oo - è solo il rumore di un bastone calato piano sulla tempia. Sulle prime non fa male, ma dopo dieci minuti senti solo quello, t’affonda nel cranio ogni tre secondi, ti scuote il cervello. Dopo qualche ora ti attraversa la colonna vertebrale, ti agita come una scossa. Dopo un giorno non vivi più, esiste solo il tuo cervello trapanato, un’onda di dolore senza più coscienza. Quando termina, se non sei già impazzito, hai bisogno di settimane per tornare a dormire o parlare.
Ma il tik tok è dentro di te e non t’abbandonerà mai. Ti inseguirà come un incubo, ti esploderà nello stomaco durante la notte, ritornerà come un lacerante mal di testa nel mezzo del giorno. E tu non sarai mai più quello di prima»

DA: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=210874&START=0&2col=
Immagine da:http://www.economist.com/displaystory.cfm?story_id=9868034
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