Dunque, che dire di me? Brevemente le caratteristiche legate all'aspetto.
Piccolina, capelli neri, occhi marrone scurissimo. Ad oggi, un fisico da ex-minuta!
E se Dio vuole, l'argomento identikit si è esaurito, per far posto però al prossimo che è non di meno complicato:
le caratteristiche legate al carattere. Non mi piace parlarne. Voglio dire, preferisco che siano gli altri a farsi delle idee su di me ed esprimano poi le loro valutazioni, i loro giudizi e magari anche le loro critiche.
A volte, crediamo di essere in un certo modo: affettuosi, generosi, dolci, attenti ....
Pensiamo, in assoluta buona fede, di essere strutturati così. Ma possiamo però essere smentiti da chi ci vive, da chi ci condivide.
Credo che solo attraverso i comportamenti, sia possibile materializzare il nostro modo di essere.
Dire di essere, non sempre significa essere per davvero.
In questo momento della vita , per ragioni contingenti, gli interessi sono pochi, pochissimi e occasionali.
Sopravvive la lettura, accompagnata da una incontenibile voglia di sapere. Di provare l'emozione della scoperta, della conoscenza, della comprensione. Direi qui, di essere ancora, e comunque, una curiosa della vita.
Imparare, quindi, il verbo coniugato all'infinito.
Gli amici: fondamentali ed imprescindibili sempre.
I miei pilastri: l'attenzione alla propria "salute" morale, la coerenza, l'autonomia di pensiero, la consapevolezza, il rispetto, la trasparenza, l'attenzione, l'amore, cerco, a volte con fatica, di mantenerli sempre saldi.
Pant, pant, pant, ho il fiatone alle mani!!!!!
Non credo sia possibile per me scrivere di più, per ora.
Un dettaglio? Una superflua convenzione?
Il mio nome. Raffaela
(Non pensiate che mi sia rimasta sulla tastiera una elle di meno. E' proprio così)
Nessun uomo è un'isola,
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l'Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell'umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
suona per te.
Preciso che l'impaginazione di questo blog,
propone i post dal più vecchio al più recente.
Vi ringrazio per proseguire il cammino.
Se non potete, saltate all'ultima pagina.
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"Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra, che già viviamo, e facendola vibrare, ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi". Cesare Pavese, Il mestiere di vivere
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi? E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere meridiana,
si precipita verso Dio, teme di essere in ritardo,
piange, gli bacia la mano nodosa,
supplica che ci sia assolutamente una stella,
giura che non può sopportare questa tortura senza stelle
E poi cammina inquieto, fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
“Ora và meglio, è vero? Non hai più paura? Si?!" Ascoltate!
Se accendono le stelle vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?
... Mi chiamavo Sabina Spierlrein, quando morirò voglio che il Dott. Jung abbia la mia testa lui solo potrà aprirla e sezionarla. Voglio che il mio corpo sia cremato e che le ceneri siano sparse sotto una quercia su cui sia scritto:
Anch'io sono stata un essere umano...
Tumbalalaika
Shteyt a bocher, shteyt un tracht,
tracht un tracht a gantze nacht.
Vemen tsu nemen un nit far shemen,
vemen tsu nemen un nit far shemen.
Refrain:
Tumbala, tumbala, tumbalalaika,
Tumbala, tumbala, tumbalalaika
tumbalalaika, shpiel balalaika
tumbalalaika - freylach zol zayn
Meydl, meydl, ch'vel bay dir fregen,
Vos kan vaksn, vaksn on regn?
Vos kon brenen un nit oyfhern?
Vos kon benken, veynen on treren?
Narisher bocher, vos darfstu fregn?
A shteyn ken vaksn, vaksn on regn.
Libeh ken brenen un nit oyfhern.
A harts kon benkn, veynen on treren
Traduzione
Un giovane uomo riflette, tutta la notte
sarebbe sbagliato, si domanda, o forse giusto
dovrebbe rivelarle il suo amore, osare scegliere
e lei lo accetterebbe, oppure no?
Fanciulla, dimmi di nuovo
cosa può crescere senza pioggia?
cosa può ardere per molti anni?
cosa può bramare e piangere senza lacrime?
Giovane sprovveduto, perché domandare ancora?
E’ la pietra che può crescere senza pioggia
E’ l’amore che può ardere per molti lunghi anni
Ed é Il cuore che può agognare e piangere senza lacrime.
Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
conme stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.
E’ così che stanno le cose,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
E’ troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo mi sarà tolto con la pelle.
Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni paga l’obbligo
Di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
Nella colonna Dare
Ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
Da conservare per sempre.
L’inventario è preciso
E a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
Non riesco a ricordare
Dove, quando e perché
Ho permesso di aprirmi quel conto. clicca sull'immagine
Chiamiamo anima
La protesta contro di esso.
E questa è l’unica cosa
che non c’è nell’inventario.
There are men who struggle for a day and they are good.
There are others who struggle for a year and they are better.
There are those who struggle many years, and they are better still.
But there are those who struggle all their lives:
these are the indispensable ones.
Bertold Brecht
Intervista a Gianmaria Testa:
...”Una volta un grande cantautore catalano, Paco Ibanez, m’ha detto: “tu non devi cantare mai per tanta gente, devi cantare per l’ultimo in fondo dell’ultima fila” e questo non vuol dire urlare, vuol dire che, cantando piano, lui deve capire lo stesso quello che dici.”….
Paco Ibanez , catalano, mette in musica le poesie deigrandi poeti spagnoli o latino americani come Rafael Alberti, Gabriel Celaya, Luis Cernuda, Federico Garcia Lorca, Miguel Hernandez, Antonio Machado, Pablo Neruda edanche Georges Brassens
…”La voce di Paco Ibanez è l'urlo silenzioso di tutto un popolo, dei suoi secoli di sofferenza sotto vari inquisitori, dei suoi Don Chisciotte, dei suoi anarchici”…
… “Apertamente osteggiato dal franchismo, ha interpretato la poesia come una forma di protesta contro la dittatura, senza mai bisogno di comporre inni di partito, semplicemente rivendicando la dignità e la libertà culturale delle più belle voci poetiche del suo popolo.
..."Dotato di una carica umana generosa e ricchissima, fa spettacolo con niente: la maestria di grande chitarrista e una voce in grado di vibrare non solo nelle orecchie ma nel cuore stesso dell’ascoltatore, il suo canto è il canto del silenzio: la voce della poesia.”…
Antonio Machado - Inventario Galante
Tus ojos me recuerdan
las noches de verano
negras noche sin luna,
orilla al mar salado,
Y el chispear de estrellas
del cielo negro y bajo.
Tus ojos me recuerdan
las noche de verano
Y tu morena carne,
los trigos requemados,
y el suspirar de fuego
de los maduros campos
Tus ojos me recuerdan
las noches de verano
De tu morena gracia,
de tu soñar gitano,
de tu mirar de sombra
quiero llenar mi vaso.
Me embriagaré una noche
de cielo negro y bajo,
para cantar contigo,
orilla al mar salado,
una canción que deje
cenizas en los labios
de tu mirar de sombra
de los maduros campos
Tus ojos me recuerdan
las noches de verano.
Me ne sto lì seduto e assente, con un cappello sulla fronte
e cose strane che mi passan per la mente
avrei una voglia di gridare, ma non capisco a quale scopo
poi d'improvviso piango un poco e rido quasi fosse un gioco
Se sento voci, non rispondo Io vivo in uno strano mondo
Dove ci son pochi problemi Dove la gente non ha schemi
Non ho futuro, nè presente, e vivo adesso eternamente
il mio passato � ormai per me, distante
ma ho tutto quello che mi serve, nemmeno il mare nel suo scrigno
ha quelle cose che io sogno, e non capisco perchè piango
Non so che cosa sia l'amore E non conosco il batticuore
per me la donna rappresenta Chi mi accudisce e mi sostenta
Ma ogni tanto sento che, gli artigli neri della notte
mi fanno fare azioni, non esatte
d'un tratto sento quella voce, e qui incomincia la mia croce
vorrei scordare e ricordare, la mente mia sta per scoppiare
E spacco tutto quel che trovo Ed a finirla poi ci provo
Tanto per me non c'è� speranza Di uscire mai da questa stanza
Sopra un lettino cigolante, in questo posto allucinante
io cerco spesso di volare, nel cielo
non so che male posso fare, se cerco solo di volare
io non capisco i miei guardiani, perchè mi legano le mani
E a tutti i costi voglion che Indossi un camice per me
Le braccia indietro forte spingo E a questo punto sempre piango
Mio Dio che grande confusione, e che magnifica visione
un'ombra chiara mi attraversa, la mente
le mani forte adesso mordo e per un attimo ricordo
che un tempo forse non lontano, qualcuno mi diceva: 't'amo'
In un addio svanì la voce Scese nell'animo una pace
Ed è così che da quel dì Io son seduto e fermo qui.
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch'io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c'era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso la messe,
la messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l'avello
anch'io mi sono ridestata
e anch'io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all'inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.
Le dune del canto si sono chiuse,
o dannata magia dell'universo,
che tutto può sopra una molle sfera.
Non venire tu quindi al mio passato,
non aprirai dei delta vorticosi,
delle piaghe latenti, degli accessi
alle scale che mobili si dànno
sopra la balaustra del declino;
resta, potresti anche essere Orfeo
che mi viene a ritogliere dal nulla,
resta o mio ardito e sommo cavaliere,
io patisco la luce, nelle ombre
sono regina ma fuori nel mondo
potrei essere morta e tu lo sai
lo smarrimento che mi prende pieno
quando io vedo un albero sicuro Alda Merini - 1984
Tony Scott, musicista e suo collaboratore, ha detto di lei:
“… Billie Holiday è stata e sempre sarà un simbolo della solitudine: una vittima dell’american way of life come donna, come nera e come cantante jazz. Per la società bianca tutto questo voleva dire essere l’ultima ruota del carro. Questo insieme di shock e traumi la spinse a cercare un qualcosa che l’aiutasse ad annebbiare il dolore spirituale e mentale”. “…Solo due donne nella mia vita non mi hanno mai offeso: mia madre e Billie Holiday.
Tutti ascoltano i dischi di Billie, tutti conoscono il suo nome. Rappresenta la “vittima”.
La sua voce tocca chiunque, anche chi non capisce le parole, perchè il suo canto nasce direttamemte dall'anima. L'anima di un essere umano molto profondo, che capisce la tristezza, la felicità, la solitudine il successo ma che fu sempre destinata ad avere un no good ma a fianco, un buono a nulla..."
Strange Fruit, un inno contro il razzismo
Il testo è stato scritto da un bianco: Abel Meerpol, ebreo, poeta antirazzista, che lo firmò sotto lo pseudonimo di Lewis Allen.
Southern trees bear a strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.
Pastoral scene of the gallant south,
The bulging eyes and the twisted mouth,
Scent of magnolia, sweet and fresh,
Then the sudden smell of burning flesh.
Here is fruit for the crows to pluck,
For the rain to gather, for the wind to suck,
For the sun to rot, for the trees to drop,
Here is a strange and bitter crop.
Gli alberi del sud hanno uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Corpi neri oscillano nella brezza del sud,
Uno strano frutto appeso ai pioppi.
Scena pastorale del prode sud,
Gli occhi sporgenti e le bocche contorte,
Profumo di magnolia, dolce e fresco,
Poi l’improvviso odore di carne che brucia.
Ecco il frutto che i corvi beccano,
Che la pioggia coglie, che il vento succhia,
Che il sole fa marcire, che gli alberi fanno cadere,
Ecco un raccolto strano e amaro.
«Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.»
Robert Doisneau